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LA MIA GENTE

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MIO FRATELLO , MIA SORELLA

HIV, AIDS, tossicodipendenti, detenuti, prostitute, omosessuali…parole che fino a pochi anni fa mi facevano molta paura. Quando per strada o in autobus incontravo quelli che la società chiama “drogati”, fingevo di non vederli e se poi mi parlavano, ecco che il mio cuore iniziava a battere più forte:”Che cosa vorrà da me? Che cosa mi farà? Non parlare, non guardarlo, stai attenta…”  mi dicevo, come se queste persone potessero farmi solo del male.

Ma il Signore è grande e mi ha dato la possibilità di svolgere uno dei miei tirocini in un day-hospital per malattie infettive. Là quelle parole che provocavano in me tanto timore sono diventate dei nomi propri, dei volti reali, dei fratelli e delle sorelle che mi hanno donato la gioia grande di amarli, di condividere la loro vita poco fortunata, di prendermi cura delle loro ferite che si possono medicare prevalentemente con l’amore e la solidarietà.

In questo day-ospital infatti, oltre che esserci persone cosiddette “normali”, vi sono anche coloro che hanno per casa la strada, che sono completamente soli, privi di una famiglia, di amici, tranne quei compagni che con loro percorrono le vie della città torinese alla ricerca di droga, di oggetti o soldi da rubare, di clienti a cui vendersi…molti di loro vivono il dramma di essere sieropositivi, con l’incubo che prima o poi possano ammalarsi di AIDS.

Già dal primo giorno di lavoro in questo reparto, ho avvertito fortemente il desiderio di avvicinarmi a queste persone con occhi nuovi, non più chiusi nella paura di ciò che a me è sconosciuto, ma con il cuore aperto ad accogliere tutto ciò che ciascuno di loro avrebbe potuto donarmi…

La caposala mi aveva avvertita che sarebbe stato un tirocinio difficile, perché non è semplice entrare in relazione con questi pazienti, generalmente sospettosi e diffidenti. Coloro che sono affetti dal virus dell’HIV, frequentemente vivono un senso di colpa non ben definito, per cui molti reagiscono chiudendosi in se stessi.

Ma…l’amore vince sempre!

“E’ Dio che suscita in noi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni. Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita. Allora, nel giorno di Cristo, io potrò vantarmi d non aver corso invano né invano faticato. E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo godetene e rallegratevi con me”

 (Fil 2,13-18).

La nostra vocazione, dovunque ci troviamo a vivere e ad operare, è dunque donare la Parola di vita che è Gesù, risplendendo della sua luce. Come?

Oggi sono certa di poter testimoniare che in mezzo a questi fratelli non ho corso e non corro invano: un sorriso sincero da donare a tutti, una parola amica da sussurrare all’orecchio di ciascun fratello che veniva, uno sguardo trasparente, delle mani che, mentre svolgevano tecniche infermieristiche, non perdevano l’occasione di afferrare e di stringere la mano a chi avevo di fronte…

Così, dopo pochi giorni, i pazienti che arrivavano per le loro terapie, mi cercavano, mi chiamavano per nome, iniziando a confidarsi e a raccontarmi le loro storie. In me non c’era più posto per la paura, perché tutto il mio cuore era abitato da nuovi fratelli.

Ne presento alcuni per affidarli alle preghiere di tutti coloro che leggeranno queste righe.

Stefano è uscito dal carcere solo a gennaio, dopo 18 anni vissuti tra le mura di una cella. Ogni giorno lo salutavo con un: -Ciao, Stefano, ti aspettavo -, perché so che è importante sentirsi attesi. Mi ha raccontato come si svolge la vita in carcere: -Non è bello, sai, vivere tanti anni là dentro – mi diceva. – A volte incontri gente che è là come te per scontare una pena, ma che ha nel cuore ancora tanta rabbia da essere disposto anche a farti del male. Quante volte ho visto aggredire le guardie con le lamette…-. Lo ascoltavo, gli lasciavo raccontare ciò che aveva vissuto. E’ nato un bel rapporto di fiducia, ed ora è lui che mi aspetta seduto sulla sua poltrona. Un giorno, mentre cercavo la sua vena per infondergli la terapia, alzando lo sguardo mi sono accorta che stava piangendo. –Che cosa ti succede?-. –Dopo aver trascorso una vita in carcere, è vero che ora sono finalmente libero, ma non posso vivere come vorrei, perché mi sono ammalato e non riesco a guarire; non posso nemmeno lavorare. Come è brutta la vita-.

 

Lucy, una giovane donna, ogni giorno giungeva insieme al suo compagno per essere sottoposta alla terapia; entrambi sono sieropositivi. Quando andavo io a metterle l’ago in vena per la flebo, mi colpiva sempre la sua ansia e contemporaneamente la sua tenerezza. Mi diceva: -Fa ben attenzione…sai che il mio sangue non è buono…non pungerti! Certo, voi che lavorate con noi siete bravi e coraggiosi, siete qui per salvarci…morirei se sapessi che qualcuno si è infettato con il mio sangue”. Mi sconvolgevano queste parole, mi fermavo un momento, le prendevo la mano:-Non preoccuparti, tu stai tranquilla, io farò attenzione, vedrai che non mi pungerò-. Un giorno è venuta, sempre accompagnata, ma il virus aveva colpito ancora: era diventata quasi cieca. Era triste. Mi sono avvicinata e l’ho salutata. Riconoscendo la mia voce, ha esclamato:-Simona!- e si è messa a piangere… le ho scoperto il braccio per prepararla alla terapia e prima che mi infilassi i guanti, mi ha gridato: -Perfavore, Simona, mettiti i guanti per toccarmi-. –Stai tranquilla, Lucy, la tua malattia non me la trasmetti in questo modo-. –Sì, lo so, ma io ho paura-.

Questa frase continua ancor oggi a risuonare forte in me: “ho paura” e mi chiedo quante persone in questo mondo, in questo momento, abbiano paura…Ed io, che cosa posso fare per loro?

Pietro ha la mia età. Da due anni si trova in una comunità di recupero. Ha iniziato a 15 anni a far uso di droghe. –Perché hai iniziato?- ho chiesto un giorno. –Per essere uguale ai miei amici- ed è andato avanti per diversi anni senza che la sua famiglia se ne accorgesse, fino a quando dimenticò la siringa in un posto poco sicuro e il padre la scoprì. Da solo ha poi deciso di andare in comunità per essere aiutato a “venirne fuori”. Durante la terapia lui solitamente si addormentava e talvolta mi fermavo un momento a guardarlo, le braccia tatuate e bucate…mi appariva così indifeso e bisognoso di amore! Accarezzandolo, mi veniva in mente il brano di Isaia 65,2-3 “Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro capricci, un popolo che mi provocava sempre”.

Ecco Alessandra che diceva di essere ex-tossicodipendente e andava in giro con in tasca un lungo cacciavite perché aveva paura di un tizio che voleva farle del male…Mi ha raccontato che fino a poche settimane prima non aveva ancora una casa, ma che ora il Comune le aveva dato un piccolo appartamento, vuoto ovviamente. –Sono contenta- ha affermato –Ho una casa, ma è completamente vuota; non c’è né il letto, né una sedia, né un tavolo, neanche il frigorifero…-. Avrei voluto aiutarla, ma come? Poi mi è venuto in mente di indicarle la caritas diocesana. Pochi giorni dopo l’ho vista da lontano, mi è venuta incontro con una gioia luminosa che brillava nei suoi occhi, mi ha abbracciata e…-Ho un tavolo e anche due sedie, l’armadio e il letto, mi manca solo il frigorifero. Grazie! Là dove mi hai mandata, mi hanno aiutata davvero. E’ bella la mia casa, sai? Ora le darò il bianco. Verrai un giorno a vederla?-.  Ho gioito con lei, augurandole tanto bene.

Sento di provare per ciascuno di questi fratelli una grande tenerezza: sono i più indifesi, sono emarginati dalla società, e la vera “droga” che mendicano è l’amore… ed io voglio essere per loro volto… sguardo… parola… gesti d’amore…

Ancora nel mio cuore c’è posto per Riccardo; non è italiano e da solo un mese gli è stato detto che è sieropositivo. Soffre molto perché la sua famiglia è lontana e non sa nulla di lui. Egli qui è completamente solo. Prima di scoprire di essere sieropositivo, aveva e viveva con degli amici, ma questi poi, quando hanno iniziato a capire la sua situazione, gli hanno voltato le spalle:- Hanno bruciato il materasso dove dormivo. E’ brutto essere solo- e mentre racconta piange.

Come non accogliere nel mio cuore anche Elisa, Violetta e tante altre, le cui storie passano attraverso il calvario e che desidero diventino storie di salvezza? Voglio fortemente che neanche una goccia di tutta la sofferenza di queste persone vada perduta, ma che essa sia tutta trasformata dalla misericordia di Dio in luce che sconfigge le tenebre nelle quali per anni questi fratelli e sorelle hanno vissuto… So e sono certa che le nessuna tenebra è eterna… anche la sofferenza più grande può rivestirsi di misericordia… di amore!

“Pace, pace a ciascuno: a Stefano, a Lucy, a Pietro, ad Alessandra, a Riccardo, ad Elisa, a Violetta…”. Con il profeta Isaia dico… grido… e sussurro nello stesso tempo a questi amici:

“Per amore vi si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarete una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del vostro Dio. Nessuno vi chiamerà più abbandonati, né la vostra terra sarà più detta devastata, ma voi sarete chiamati mio compiacimento e la vostra terra, sposata, perché il Signore si compiacerà di voi” ( Is 62,1-4).

In questo reparto ho vissuto una forte esperienza. Gli infermieri che mi hanno affiancata sono stati molto bravi ed ho goduto nello scoprire che ci sono persone che scelgono di lavorare accanto a questi malati condividendo i loro momenti di speranza alternati a quelli di angoscia, e con la volontà di essere amici di tutti. In loro ho visto l’immagine del vero operatore sanitario: siamo là per tutti, senza pregiudizi!

La caposala, nel valutare tutta la mia esperienza in questo luogo, mi ha detto: -Ricordati che la valutazione più alta e più vera che ti porti a casa da questo tirocinio è il bene che ti hanno voluto questi malati-. Veramente mi sento arricchita dal loro affetto, ma sono ancor più contenta di quello che io nutro per loro.

Oggi, nel mio pellegrinare fra le vie della città, sarò abitata da un unico desiderio: i miei occhi siano sempre in contemplazione della strada… i miei piedi sempre in movimento verso nuovi fratelli.. Sì la mia gente… quella folla da tutti evitata ma amata alla follia dal Signore… e da me… oggi guardo la mia gente…  la guardo in faccia senza paura: è mio fratello, è mia sorella.

Sr. M. Simona De Pace o.p

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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