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Suore Domenicane

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IN OSPEDALE SENZA SANDALI

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Sr. M. Simona De Pace o.p

Quando penso al mio lavoro… al mio stare accanto ai malati  “mille” volti mi ritornano in mente…sono i volti, le malattie, le situazioni di coloro che ogni giorno incontro in ospedale. Man mano che la mia esperienza accanto ai malati cresce, mi rendo sempre più conto che la vera guarigione, cioè la salvezza, può venire solo dal Signore, nello stesso tempo è certo che mi sta a cuore la guarigione di chi curo.

Sr Simona De Pace, opSpesso in ospedale tocco con mano questa realtà: non sempre il malato può raggiungere la guarigione tanto desiderata perché affetto da un male incurabile, ma sempre può conseguire quella dello spirito. Così tra la certezza che la salvezza viene dal Signore e il desiderio grande di curare  i fratelli, mi si delinea sempre più chiaramente la figura dell’ “intercessore”.

Davanti a situazioni reali mi rendo pienamente conto che io come infermiera (e la stessa medicina in generale) non posso fare molto se non pregare, intercedere, chiedere a Dio il dono della guarigione, non solo fisica, ma soprattutto spirituale. Per intercedere occorre conoscere il cuore di Dio, parlargli come gli parlava Santa Caterina, e per chiedere bisogna avere presenti volti, storie…dobbiamo cioè stare tra i pazienti ad ascoltarne il dolore… assumerlo, portarlo…  Esso è spesso il luogo dove la persona sperimenta la solitudine, lo sconforto, il rifiuto e la paura, e per me è la sfida alla condivisione, per cui non posso percorrere il corridoio del reparto con indifferenza, ma devo entrare nel “luogo santo” che è la camera dei malati e fermarmi là, accanto a chi soffre, proprio come mi insegna il samaritano del Vangelo. Tante volte in questi anni di lavoro in ospedale mi sono trovata davanti al letto  di un morente e, come prima reazione, ho sentito in me ribellione, come se qualcosa di me stesse fallendo, con la constatazione che le cure e le medicine sono impotenti…

“Mi dispiace, Antonella, oggi le tue analisi non vanno bene…”.

“Luigi sta peggiorando velocemente, forse non passerà la notte”.

“Pensavamo che Anna stesse meglio, invece questa notte ha avuto un’altra crisi”.

Sì, mi lascio coinvolgere da questi fratelli, accolgo nel mio grembo le loro storie, faccio mia la sfida della condivisione del dolore, accetto il comando di “togliermi i sandali” per entrare in questa “terra santa” che brucia di amore e da cui scaturisce la com-passione. Sono certa che la persona sofferente, anche e proprio attraverso la mia condivisione, può accettare il suo dolore, può scoprirne il senso profondo, può viverlo con e per amore…perché non si sente più sola.

“Suora, non mi lasciare solo, ho paura” mi sento ripetere spesso.

Chiedo al Signore il dono della fedeltà a questa missione, per continuare a “stare” accanto al malato anche quando mi sento impotente, anche quando non posso fare altro che rimanere in silenzio al suo capezzale, con il semplice gesto di tenergli la mano e l’umile intercessione per la sua salvezza.

La medicina ha fatto passi da gigante, ma arriva sempre ad un  punto oltre al quale non sa e non può andare…bisogna solo lasciare spazio al Mistero.

Un giorno, in un day-hospital oncologico, ero in una camera dove cinque donne stavano sottoponendosi al ciclo di chemioterapia. Osservavo la chemio che goccia dopo goccia scendeva lenta nelle loro vene, come gocce di speranza. Rompendo il silenzio, una di loro ha iniziato:-Se potessi, io un giorno vorrei fare la pasticcera e così mangerei tanti dolci, mi piacciono-. –Io invece vorrei tornare a fare la fioraia per stare tra i fiori e sentirne il profumo- ha proseguito la seconda, e la terza ha aggiunto:-Io vorrei tornare in Perù, la mia terra, e abbracciare ancora una volta mio figlio-.  Le altre erano immerse nel silenzio, con lo sguardo fisso al flacone di chemio…

Ed io? Io sognavo con loro, sostenevo i loro sogni, perché è importante sognare, aiuta a vivere, anche quando la vita è minacciata.

Ed io? Nel cuore intercedevo perché Dio aiutasse queste donne ad accettare la sofferenza, perché guarisse il loro spirito, perché i loro cuori avessero la pace e potessero guardare in faccia la malattia, accoglierla e farne un’offerta a Lui.

-E tu Sr. Simona, che cosa vorresti?- mi sono sentita chiedere da queste donne.

Il malato ti interroga e spesso le sue domande ti sconvolgono, ti chiedono un “perché”, ti vogliono sentir dire un motivo per continuare a vivere o per affrontare la morte. Io ho risposto:-Vorrei che i vostri sogni si trasformassero in realtà ma ancor più vorrei che tutti i malati del mondo avessero nel cuore la certezza della presenza di Dio accanto a loro, Lui è l’Emmanuele, il Dio con noi… il Dio con te!.

Mi accorgo che chi vive l’esperienza della malattia è portato spesso a dubitare della presenza e dell’amore di Dio e allora mi sento chiamata a testimoniare che Lui è accanto a ciascun malato attraverso il suo Figlio Gesù Cristo, constato che lo Spirito Santo mi mette in bocca le sue stesse parole, mi fa amare con il suo cuore.

Nel letto di un ospedale non c’è il leone della foresta, ma l’Agnello mansueto che porta su di sé il peccato del mondo…Ecco il senso della malattia, il perché di tanta sofferenza:-Ecco oggi l’Agnello di Dio-.

“Coraggio, fratello che soffri, c’è anche per te una deposizione della croce. Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte. Ecco un grembo di donna che ti avvolge di tanta tenerezza. Coraggio! Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco il buio cederà il posto alla luce, la terrà riacquisterà i suoi colori e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga- (Tonino Bello).

E’ preziosa per me la testimonianza di una signora gravemente malata, medico, che custodisce in sé una grande fede da cui attinge tanta forza. Un giorno mi ha detto:-Quando ho scoperto di essere malata, è stato difficile accettare la malattia, volevo continuare a lavorare, ma mi accorgevo che i miei colleghi erano più veloci di me…; nel giro delle visite, ad esempio, loro arrivavano a fare le cose sempre prima di me e questo mi faceva male; poi ho scoperto che io rimanevo indietro sì perché ero malata, ma anche per fare quelle piccole cose che i miei colleghi tralasciavano e che per il malato sono importanti, come sistemargli il lenzuolo, rivestirlo, dargli da bere o semplicemente sussurrare qualcosa al suo orecchio…cose che troppo spesso i medici dimenticano di fare-.

Da allora mi chiedo a che cosa io do importanza quando sono accanto ai pazienti. Quando un malato guarisce e lascia l’ospedale, due cose so che devo ricordare: il colore dei suoi occhi e il suo nome. Questo vorrà dire che l’ho amato e curato come persona, chiamandolo per nome (e non per numero di letto o per malattia) e soprattutto che l’ho curato guardandolo negli occhi, cogliendo in essi la presenza di Dio.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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