Quando penso al mio lavoro…
al mio stare accanto ai malati “mille” volti mi ritornano in mente…sono i
volti, le malattie, le situazioni di coloro che ogni giorno incontro in
ospedale. Man mano che la mia esperienza accanto ai malati cresce, mi
rendo sempre più conto che la vera guarigione, cioè la salvezza, può
venire solo dal Signore, nello stesso tempo è certo che mi sta a cuore la
guarigione di chi curo.
Spesso
in ospedale tocco con mano questa realtà: non sempre il malato può
raggiungere la guarigione tanto desiderata perché affetto da un male
incurabile, ma sempre può conseguire quella dello spirito. Così tra la
certezza che la salvezza viene dal Signore e il desiderio grande di
curare i fratelli, mi si delinea sempre più chiaramente la figura dell’ “intercessore”.
Davanti a situazioni reali
mi rendo pienamente conto che io come infermiera (e la stessa medicina in
generale) non posso fare molto se non pregare, intercedere, chiedere a Dio
il dono della guarigione, non solo fisica, ma soprattutto spirituale. Per
intercedere occorre conoscere il cuore di Dio, parlargli come gli parlava
Santa Caterina, e per chiedere bisogna avere presenti volti, storie…dobbiamo
cioè stare tra i pazienti ad ascoltarne il dolore… assumerlo, portarlo…
Esso è spesso il luogo dove la persona sperimenta la solitudine, lo
sconforto, il rifiuto e la paura, e per me è la sfida alla condivisione,
per cui non posso percorrere il corridoio del reparto con indifferenza, ma
devo entrare nel “luogo santo” che è la camera dei malati e fermarmi là,
accanto a chi soffre, proprio come mi insegna il samaritano del Vangelo.
Tante volte in questi anni di lavoro in ospedale mi sono trovata davanti
al letto di un morente e, come prima reazione, ho sentito in me
ribellione, come se qualcosa di me stesse fallendo, con la constatazione
che le cure e le medicine sono impotenti…
“Mi dispiace, Antonella,
oggi le tue analisi non vanno bene…”.
“Luigi sta peggiorando
velocemente, forse non passerà la notte”.
“Pensavamo che Anna stesse
meglio, invece questa notte ha avuto un’altra crisi”.
Sì, mi lascio coinvolgere
da questi fratelli, accolgo nel mio grembo le loro storie, faccio mia la
sfida della condivisione del dolore, accetto il comando di “togliermi i
sandali” per entrare in questa “terra santa” che brucia di amore e da cui
scaturisce la com-passione. Sono certa che la persona sofferente, anche e
proprio attraverso la mia condivisione, può accettare il suo dolore, può
scoprirne il senso profondo, può viverlo con e per amore…perché non si
sente più sola.
“Suora, non mi lasciare
solo, ho paura”
mi sento ripetere spesso.
Chiedo al Signore il dono
della fedeltà a questa missione, per continuare a “stare” accanto al
malato anche quando mi sento impotente, anche quando non posso fare altro
che rimanere in silenzio al suo capezzale, con il semplice gesto di
tenergli la mano e l’umile intercessione per la sua salvezza.
La medicina ha fatto passi
da gigante, ma arriva sempre ad un punto oltre al quale non sa e non può
andare…bisogna solo lasciare spazio al Mistero.
Un giorno, in un
day-hospital oncologico, ero in una camera dove cinque donne stavano
sottoponendosi al ciclo di chemioterapia. Osservavo la chemio che goccia
dopo goccia scendeva lenta nelle loro vene, come gocce di speranza.
Rompendo il silenzio, una di loro ha iniziato:-Se potessi, io un giorno
vorrei fare la pasticcera e così mangerei tanti dolci, mi piacciono-. –Io
invece vorrei tornare a fare la fioraia per stare tra i fiori e sentirne
il profumo- ha proseguito la seconda, e la terza ha aggiunto:-Io
vorrei tornare in Perù, la mia terra, e abbracciare ancora una volta mio
figlio-. Le altre erano immerse nel silenzio, con lo sguardo fisso al
flacone di chemio…
Ed io? Io sognavo con loro,
sostenevo i loro sogni, perché è importante sognare, aiuta a vivere, anche
quando la vita è minacciata.
Ed io? Nel cuore
intercedevo perché Dio aiutasse queste donne ad accettare la sofferenza,
perché guarisse il loro spirito, perché i loro cuori avessero la pace e
potessero guardare in faccia la malattia, accoglierla e farne un’offerta a
Lui.
-E tu Sr. Simona, che cosa
vorresti?-
mi sono sentita chiedere da queste donne.
Il malato ti interroga e
spesso le sue domande ti sconvolgono, ti chiedono un “perché”, ti vogliono
sentir dire un motivo per continuare a vivere o per affrontare la morte.
Io ho risposto:-Vorrei che i vostri sogni si
trasformassero in realtà ma ancor più vorrei che tutti i malati del mondo
avessero nel cuore la certezza della presenza di Dio accanto a loro, Lui è
l’Emmanuele, il Dio con noi… il Dio con te!.

Mi accorgo che chi vive
l’esperienza della malattia è portato spesso a dubitare della presenza e
dell’amore di Dio e allora mi sento chiamata a testimoniare che Lui è
accanto a ciascun malato attraverso il suo Figlio Gesù Cristo, constato
che lo Spirito Santo mi mette in bocca le sue stesse parole, mi fa amare
con il suo cuore.
Nel letto di un ospedale
non c’è il leone della foresta, ma l’Agnello mansueto che porta su di sé
il peccato del mondo…Ecco il senso della malattia, il perché di tanta
sofferenza:-Ecco oggi l’Agnello di Dio-.
“Coraggio, fratello che
soffri, c’è anche per te una deposizione della croce. Ecco già una mano
forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di
sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte. Ecco un
grembo di donna che ti avvolge di tanta tenerezza. Coraggio! Mancano pochi
istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco il buio cederà il posto alla
luce, la terrà riacquisterà i suoi colori e il sole della Pasqua irromperà
tra le nuvole in fuga- (Tonino Bello).
E’ preziosa per me la
testimonianza di una signora gravemente malata, medico, che custodisce in
sé una grande fede da cui attinge tanta forza. Un giorno mi ha detto:-Quando
ho scoperto di essere malata, è stato difficile accettare la malattia,
volevo continuare a lavorare, ma mi accorgevo che i miei colleghi erano
più veloci di me…; nel giro delle visite, ad esempio, loro arrivavano a
fare le cose sempre prima di me e questo mi faceva male; poi ho scoperto
che io rimanevo indietro sì perché ero malata, ma anche per fare quelle
piccole cose che i miei colleghi tralasciavano e che per il malato sono
importanti, come sistemargli il lenzuolo, rivestirlo, dargli da bere o
semplicemente sussurrare qualcosa al suo orecchio…cose che troppo spesso i
medici dimenticano di fare-.
Da allora mi chiedo a che
cosa io do importanza quando sono accanto ai pazienti. Quando un malato
guarisce e lascia l’ospedale, due cose so che devo ricordare: il colore
dei suoi occhi e il suo nome. Questo vorrà dire che l’ho amato e curato
come persona, chiamandolo per nome (e non per numero di letto o per
malattia) e soprattutto che l’ho curato guardandolo negli occhi, cogliendo
in essi la presenza di Dio.