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IL VIGILANTE DEL VENIENTE
di Sr. M. Luisa Buratti
Può certo sembrare un paradosso, ma è proprio
la profonda amicizia che ho avuto con P. Dalmazio che mi crea disagio a
parlare di lui. Proprio lui infatti diceva che i sentimenti più profondi non
si possono esprimere con le parole – segni convenzionali e in una certa
misura soggettivi –, ma con i gesti, quelli semplici, dei bambini.
Grande intellettuale, sacerdote, mistico,
poeta, teologo... nessuno che abbia conosciuto P. Dalmazio può minimamente
dubitare che lui fosse tutte queste cose, e anche di più...
Io proverò a dire di quell’aspetto di lui che
è stato più incisivo per me: il suo essere – come mi ha detto due giorni
prima del grande “incontro” – il “vigilante del Veniente”.
Mi telefonò lui, quella sera dell’11 luglio
scorso e, poiché non era passato molto tempo da quando ci eravamo sentiti
l’ultima volta, rimasi stupita. Parlammo a lungo, di come pensavamo di
vivere i caldi mesi estivi, di come fosse urgente diventare “perfetti” e di
come questo si potesse raggiungere solo nella solidarietà della creazione,
nella condivisione della sollecitudine materna e missionaria della Chiesa
che vuole far pregustare fin da ora la gioia dell’unione con Dio. Mi
raccomandò di diventare “donna della tenerezza”, come Maria, quasi
rispondendo a ciò che gli avevo detto una volta che lui era “teologo della
tenerezza”.
Gli sono stata vicina in momenti difficili, e
me li faceva capire, e ogni volta coglievo il suo coraggio di lottare, di
coltivare uno sguardo che andasse “oltre”, di aderire comunque alla volontà
di Dio, di rimanere fedele nonostante tutto.
P. Dalmazio si era “costruito” così, da tutta
la vita. È stata certamente una vita dura, la sua: dalla povertà della sua
famiglia all’esperienza della guerra, dal terrore di un naufragio nelle
acque gelide della Norvegia al caldo torrido delle sue missioni in Etiopia...
A tutto lui sempre opponeva un sorriso di fanciullo.
Sognava un’umanità che si rendesse conto che
la grazia di Dio le rendeva possibile lasciarsi abitare dal mistero
trinitario, mistero di circolarità d’amore, e dunque di poter agire per una
redenzione dei peccati collettivi. Forse per questo amava i poveri e i
sofferenti: una volta mi confidò che quando era bambino accompagnava suo
padre, elettricista, nelle case in cui era chiamato per qualche riparazione;
il suo lavoro era poco (non esistevano elettrodomestici e persino i più
elementari impianti elettrici erano poco diffusi) e il piccolo Antonio, che
vedeva il padre soffrire per la penuria di guadagno, concepì a lungo il
progetto, che tentò di realizzare, di sabotarne i risultati in modo che
fosse presto chiamato per un’altra riparazione!
Nella stessa intensità d’affetti io l’ho
conosciuto negli anni della sua maturità, vicino a coloro che soffrivano,
che erano scossi da qualche inquietudine (anzi, “inquietitudine”, come lui
diceva, moltiplicando le sillabe quasi a sottolineare l’importanza di quel
sentimento).
Aveva un’insaziabile curiosità per tutte le
scienza umane. Quando ci vedevamo a Bari, passeggiavamo sul lungomare e mi
diceva dei convegni ai quali era andato, convegni di psicologi, sociologi,
persino di politici. Alle volte gli veniva chiesto di intervenire, e quando
mi comunicava ciò che aveva detto, io coglievo in lui l’enorme capacità di
comprensione, la vastità della sua cultura, ma anche il rispetto profondo
che egli portava al lavoro intellettuale altrui, alle altrui competenze e
ricerche. Dalle sue parole era poi evidente come in ogni occasione egli
riuscisse a seminare la Parola di Dio senza invadere campi che non erano
suoi, annunziando la salvezza con la castità di chi sa che ognuno,
nell’ambito della fede, ha i suoi ritmi vitali, le sue chiamate, le sue
strade, il suo kairos.
Prima di lasciarci, leggevamo insieme il
Vangelo della domenica e, mentre mi accompagnava alla stazione,
condividevamo ciò che il Signore ci aveva suggerito attraverso quel brano:
quando mi esprimevo io, P. Dalmazio mi ascoltava come se dicessi le cose più
importanti di questo mondo, come se la sua stessa vita dipendesse
dall’attenzione che porgeva in quel momento alle mie parole.
Alla fine dell’ultima sua telefonata, P.
Dalmazio mi parlò della gioia, ma anche della paura dell’incontro finale con
il Padre; mi disse di pregare molto per lui... Sembrava che intuisse
qualcosa... mi salutò come non aveva mai fatto prima...
Il giorno dopo trovai nella posta elettronica
un suo messaggio, che riporto perché rispecchia la forza di penetrazione e
di contagio della “sua” tenerezza:
Lo Spirito è come una madre,
che va intorno, alla ricerca dei figli:
essa grida il nome dei figli della sua carne,
prepara il balsamo evangelizzatore.
Dove va, correndo nelle strade?
Perché stanotte non ha dormito come tutti?
È rimasta al gelo, dietro alla finestra,
alla porta nera delle prigioni,
supplicando che si socchiudesse un istante.
Portava pane e latte, lino e porpora,
aveva occhi di colomba
e mani di bontà.
Nessuno ha visto il suo volto di pace:
è rimasta sulle ginocchia, come una mendicante.
Perché non se ne va corrucciata?
Perché a chi la colpisce,
è lei a chiedere perdono?
E si passa ignorando il suo splendore,
con il cuore angusto pieno di tedio,
non si sa che la misericordia è donna.
Se gli uomini vedessero la sua bontà,
dimenticherebbero di mangiare il loro pane.
Sii “donna di tenerezza”.
Ricordiamoci insieme che la carità è l’unica e vera missionaria della pace.
Aiuta Maria Luisa grande a prendersi cura di Maria Luisa piccola e di tutti
i piccoli. Pensieri bellissimi. Preghiamo l’uno per l’altra.
P. Dalmazio
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