
Stralci di lettere
Riportiamo stralci di lettere di risposta di P.
Dalmazio a nostre consorelle (che ringraziamo per il dono della condivisione):
rivelano il cuore dell’Autore, la sua passione per Dio e per l’uomo, il suo
sguardo illuminato e illuminante, la sua amicizia tenera e forte...
Mi convinco sempre di più che il Signore vuole per la sua Chiesa delle Sante,
dei Santi. Non possiamo sottrarci a questa richiesta e essa deve colmarci di
gioia. Nella santità si diventa tanto amici: è l’espressione più intensa
dell’amicizia anche umana.
Dobbiamo renderla amica questa nostra
umanità, bella questa Famiglia di San Domenico, ricca la nostra amicizia.
Chiediamolo insieme al Signore. Ci aiuti Lui a distrarci dalle nostre
miserie e a concentrarci in Lui, nel suo desiderio di rendere libera la vita
umana... Il Signore che è potente a farti degna ti renda Sacramento del Suo
Amore.
Credo che ogni giorno di più coloro che camminano e sperano riscoprono nuove
dimensioni della propria identità e della comunione con gli altri.
Viviamo un po’ tutti la sofferenza della
crescita di codesta capacità di essere e di vivere da persone nella famiglia
di Dio che vive nel mondo... Aiutiamoci a non contemplarci, a non
commiserarci, a non illuderci, a non deluderci, per rimanere protesi e
orientati a realizzare ciò che il Padre ci chiede: sarà camminando che si
apre cammino e decidendo che si impara a decidere e amando che si diventa
amanti.
…ti auguro di andare sempre più, sempre meglio, nella via della
disponibilità al Signore che vuol fare di te una via della sua misericordia
e della sua pace... Aprirsi a Dio è aprirsi a tutta la realtà di cui Dio è
la sorgente, la pienezza... Sosteniamoci in questo impegno a distrarre lo
sguardo da noi per centrarlo negli occhi di Gesù che guarda il Padre, per
guardarlo ed essere guardati da Lui.
…quanto più amiamo tanto più diventiamo
capaci di amare e amare è diventare misericordiosi della misericordia del
Padre che i suoi figli li associa nella sua opera.
Quanto è bello parlare della vita con il Signore, distrarre le persone e le
comunità dalla malinconia dell’esistenza grama per aprire loro prospettive
di speranza... Deporre nel Cristo le nostre sollecitudini, farle portare da
Lui per portare noi con Lui la Sua sollecitudine, è la condizione per
guarire noi e aiutare gli altri.
Dobbiamo molto aiutarci nel chiarire a noi
stessi il senso delle attese che ci vengono rivolte così come quello della
re-azione che matura in noi nei loro confronti: una costante vigilanza aiuta
molto nel perseverare in una condizione di vita che sia permanente fonte di
gioia e di stimolo.
…la tua sofferenza sia sempre quella di chi sta dando alla luce creature che
nascono al desiderio di essere libere per donare speranza di vita.
Mi domando che senso avrebbe la vita se
anche i nostri sbagli non ci portassero una grazia e non ci unissero alla
sorgente... Sei proprio brava ad avere i parametri così chiari da valutare
ciò che è sbaglio da ciò che è provvidenza?
…vivere nel mondo per condividere la pienezza che accoglie e nella quale è
accolta e non per cercare di colmare un vuoto che percepisce.
È bello andare per il mondo ad annunciare
il Vangelo. Sarà ancora più bello quando lo si potrà fare con un cuore più
pacificato, più concentrato nel bene umano. Quanto dolore c’è nel mondo e di
quanta misericordia c’è bisogno. Solo essa vale, solo essa risolve e allevia
i drammi umani... Non spegnere l’inquietudine e non lasciarti portare dalle
letture imperfette della Sua attesa: penetrala nel midollo e interpreta il
vero grido dell’umanità.
Ora che hai perso ciò che desideravi sei libera per non perdere il desiderio
e per far sì che esso non si identifichi con le cose desiderate, come la
fecondità non è esaurita dalla vita in cui già si è espressa. Ora vedi che
la comunità non è quella che ci accoglie ma quella che costruiamo, generiamo
nel cuore delle realtà nelle quali alimentiamo la speranza. La liturgia
silenziosa e sofferta che celebriamo nel mondo, là dove matura il pane che
diventa Corpo e Sangue...
Il conflitto non è tra consacrazione e non
consacrazione, ma tra consacrazione e ciò che la impedisce, perché la
consacrazione è solo una vita ridonata alla dignità della sua verità di
pienezza umana.
Sì, già l’ultima tua lettera mi parlava del desiderio di appartenere a
qualcuno, ma io sono convinto che tu non apparterrai mai a nessuno, perché
il Signore della luce ti ha segnata con il suo sigillo di misericordia, di
comunione. Tu non potrai mai cancellare dal fondo del tuo essere questa
appartenenza a chi ti ha segnata per il suo ministero di pace e di luce.
Gli anni che stai vivendo sono i più belli
della tua storia: arrenditi a Chi ti ama.
Sono misteri che non chiedono letture ma rinnovamento di vita: fiducia nella
misericordia e impegno nella costruzione di un’umanità meno disumana. I
punti di riferimento sono importanti e dobbiamo aiutarci a costruirli, a
moltiplicarli, a stimolarli. Uno scompare e ne debbono nascere dieci perché
così si allarga l’orizzonte delle nostre storie. Uno è il riferimento
assoluto: quelli storici sono tanti quanti i cammini. Ciò non significa
soffrire meno ma soffrire nella verità le sofferenze che fanno nuova la
creazione (per la morte di P.
Mario Mologni, ndr).
Mi accompagna il pensiero dell’incontro
con Dio e lo vivo in solitudine perché è tanto difficile condividerlo in un
mondo nel quale la sollecitudine è per noi, per qui, per ora. Sento questa
come la tentazione più insidiosa: quella che ti porta a dubitare che davvero
quello che ti pare di cogliere nella Scrittura e nella Liturgia sia vero e
che invece è vero ciò che tutti perseguono, ciò di cui si occupano. Poi però
ritorna la nostalgia di non abbandonare la ricerca, di perseguirla. Anche se
restassi solo a camminare in questo sentiero non lo abbandonerò.
Confermiamoci nella speranza. Rimeditare l’incontro con Dio è riscoprire la
carità, la tenerezza del Signore e, perciò, rifondare l’attesa per un amore
più vero, più nato da Dio e aperto a Lui. Ti penso sempre con gioia e nella
speranza. Diciamoci in verità che i nostri morti sono viventi in Dio e che
quanto abbiamo vissuto con essi è ora presso Dio, nella luce (idem).
Aiutiamoci a crescere nella fedeltà e a confermarci reciprocamente nel
cammino. Confermare i fratelli è la consegna oggi più urgente. Se vedi la
luce contemplala e chiama qualche altro perché guardi nello stesso orizzonte.
Così la luce diventerà più intensa: guardata da più occhi è più luce.
Ci siamo sentiti per telefono e ciò mi ha
dato l’impressione di una comunicazione più immediata. In realtà è anche
bello scriversi: si resta insieme più a lungo e con intensità maggiore. Sto
vivendo in questo periodo un’esperienza intensa e mi pare che tante realtà
perseguite per anni comincino ad assumere un colore più intenso. Credo che
anche l’esperienza di mamma contribuisca a questo qualificarsi di
atteggiamento nei confronti del vivere. La morte, mi dicevi, ci conferma che
non apparteniamo né a noi né agli altri, essa riprova anche che nessuno può
sostituirci nel viverla né possiamo delegare ad altri il compito di
affrontarla. È la suprema espressione della solitudine. L’esperienza della
vita è diversa. La morte non è da Dio, è il maligno che la infligge, ma essa
non può nulla contro gli amici di Dio, non può sottrarli a Dio, li sottrae
solo al tempo nel quale vivono l’iniziazione all’unione con Lui. Se non si
riesce a percepire il legame che trascende il tempo, essa è davvero tremenda.
Quando Dio prende la nostra vita, l’unisce a sé, non la sottrae a noi, la
libera dalla precarietà non dall’appartenenza. Ciò che è di Dio è anche di
coloro che Dio fonda nella comunione con sé. È questo l’aspetto che mi
diventa più luminoso. L’amore è un legame di comunione ed esso ha tanti
gradi: nessuno di essi si attua automaticamente, ognuno cresce nel consenso,
nel sì della comunione. È da poco che assumo come referente dell’amore non
la nuzialità ma l’unione delle persone e penso questa non nella linea
dell’unione fisica ma dell’unione personale. Questa, a sua volta, ha molti
gradi di attuazione: l’amicale, la comunicativa, ecc. La più alta di ogni
grado è l’unione di carità, quella che fa essere uniti in Dio e quella nella
quale Dio unisce. Quando questa sussiste, converte a sé tutte le altre, ma
non le converte chiedendo di viverne tutte le espressioni, ma chiedendo di
vivere di ogni espressione ciò che concorre all’unione piena. Quest’unione
vince la morte e contro di essa la morte non può nulla: la morte ha invece
un potere nei confronti dei gradi intermedi dell’unione e, soprattutto,
delle espressioni che ne accompagnano le manifestazioni. Come vedi è sempre
il tema dell’unione, chiamata verginale, che è al centro dell’attenzione e
che vorrei chiarire nei suoi risvolti non per trarre delle norme etiche ma
per coglierne le dimensioni vitali.
Che ne dici? Dobbiamo chiarire questo
problema che è molto importante per molti e per la pace di molte persone. La
liturgia di oggi mi ha molto provocato al riguardo. Mi pare di vedere
l’incongruenza di certi stili di morale che porterebbero a non peccare e
cioè a prescindere dal ‘perdono’.
Non so prevedere come andranno i miei
lavori nei prossimi mesi. La mamma si avvia decisamente all’epilogo: che il
Signore la tenga stretta con Sé e non permetta che la morte nuoccia alla
comunione con Lui nella quale mi pare sia andata crescendo.
Vivi nel Signore e non farti distrarre da
pensieri non di luce. Ti accompagno sempre con tanta delicata presenza. Ti
cresca la luce e la gioia nel cuore. Sentiti amata da Dio.
Sono qui in Israele e predico un corso di esercizi alle Monache Carmelitane.
È il Carmelo del Monte Carmelo ed è ricco di tradizione, situato in un posto
incantevole sul golfo di Haifa. Prima di partire non mi riuscì mettermi in
contatto con te. Il 29 (giugno 1986,
ndr)
pomeriggio verso le 15.00 la mamma ci lasciò e tornò a Casa. Il 30 un
temporale molto forte ci impedì di farle le esequie. L’unico momento bello,
di pace, fu la celebrazione in chiesa. Al mattino del 29 avevamo avuto un
altro momento molto luminoso. Celebrai l’Eucaristia alla presenza di tutti
nella sua Camera di agonia. Il testo delle letture di quel giorno commosse
tutti perché parlava di Paolo che, combattuta la buona battaglia, vedeva
giunta la sua ora e partiva sereno. Nello sguardo di tutti il riferimento a
mamma era immediato. Ha molto sofferto negli ultimi mesi, ma nelle ultime
ore era in pace. E così ci ha lasciato. Ora mi sembra di essere qualcuno che
non ha più vincoli che lo leghino a un luogo, a una presenza e che è pronto
per andare dove è necessario. È la prima volta in cui, lontano, il pensiero
sta ove sono. Una delle ultime volte lei mi diceva: tu sei di Gesù, devi
fare quello che Lui chiede. In Lui siamo sempre insieme.
Sono un po’ stanco ma non riesco a convincermi che lo si possa essere. Mi
sembra di non avere motivi per esserlo. Penso sempre alla realtà che ci
comunichiamo e vorrei arrivare a un po’ di luce. Che luminoso e grande
questo mistero del vivere: noi siamo preoccupati del qui e ora ma sembra che
l’attenzione dovrebbe convergere maggiormente sulla pienezza dell’oggi di
Dio, in Dio. Il mondo invisibile è il più, ma riesce difficile ritenerlo
effettivamente, assumerlo come parametro dell’orientamento e come contesto
del vivere. Spero ti accompagni la pace profonda e ti sostenga nel cammino.
Tu mi hai fatto sentire l’importanza di
essere creature di misericordia, la bellezza di scoprire la reciprocità, la
gioia di scandagliare nel profondo delle nostre storie le radici della
comunione. Ora dobbiamo aiutarci a condividere la speranza del mistero,
dell’incontro, dell’unione con Dio.
La difficoltà di amarci reciprocamente è causa di tante sofferenze ma pare
che si sia più disposti a soffrire che non a trarre le conseguenze effettive
sul piano della nostra capacità di accoglienza.
Costruisci intorno a te tanta pace,
coltiva molti fiori; ne sentirai il profumo e nelle ore di stanchezza
allieteranno il tuo sguardo.
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