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« Voi siete la luce del mondo »,
« Voi siete il sale della terra
»: parole forti - come del resto
tutte quelle di Gesù - che ci
creano un certo disagio
interiore e fanno nascere in noi
la tentazione di relegarle nella
categoria delle cose troppo alte
per noi... Se invece ci
soffermiamo un attimo a fare
memoria di tutte quelle persone
che hanno avuto il coraggio di
credere che era questa la grande
vocazione a cui erano chiamate e
che tutto viene donato a chi
crede, ci rendiamo conto che
anche a noi sono state date ali
per volare, che anche noi
veniamo continuamente fecondati
perché possiamo portare frutto e
un frutto che rimanga. I santi
non sono altro che questo:
l'opera meravigliosa che Dio
realizza in creature rese sempre
più sua trasparenza perché la
storia umana diventi storia
sacra e il Regno di Dio si
realizzi in pienezza.
Credo che questo non sfugga a
nessuno di coloro che si
accostano, anche soltanto un po',
alla grande donna e santa che fu
Caterina da Siena. Che fu e che
è perché il suo frutto rimane,
un frutto di parole e di opere
capace di alimentare vite, di
indicare percorsi, di illuminare
coscienze, di rinnovare persone
e strutture.
Nel fare memoria di una donna la
cui vita sento come grande
testimonianza e preziosa
eredità da non disperdere, mi
piace soffermarmi ad analizzare
il suo pensiero politico per una
riflessione di cui oggi, come un
tempo, mi pare abbiamo urgente
bisogno. Molteplici sono infatti
le ombre che contraddistinguono
questa nostra società: dal
marcato individualismo - che ci
ha fatto smarrire il senso del «
bene comune » - alla crisi della
coscienza nazionale, dal
persistente divario tra Nord e
Sud del paese alla cattiva
amministrazione pubblica e alla
corruzione dilagante anche ai
più alti livelli. Di fronte ad
una situazione tanto
problematica e contraddittoria,
il pensiero di Caterina mi pare
profetico e lungimirante, di una
validità che travalica i tempi,
e può diventare quella luce e
quel sale di cui tutti abbiamo
bisogno.
Caterina da Siena non fu solo
una grande contemplativa che
visse le esperienze mistiche più
elevate, ma fu
contemporaneamente una donna
d'azione che impegnò tutte le
sue doti di intelligenza, di
cuore, di volontà nelle
molteplici attività apostoliche
a cui fu spinta dalla sua stessa
vita mistica. Ella seppe vivere
in perfetta sintesi i suoi due
più grandi amori, quello di Dio
e quello del prossimo,
realizzando così nel modo più
completo l'ideale domenicano
« Contemplari et contemplata
aliis tradere». Donna di
preghiera e donna d'azione,
dunque, e di un'azione
certamente insolita per una
donna popolana del Medio Evo. Le
sue, infatti, non erano solo
opere assistenziali o caritative,
ma apostolato religioso,
interventi di pacificazione tra
popoli, trattative diplomatiche
tra Santa Sede e Governi...
La situazione politico-religiosa
che si presentava a Caterina non
era certamente tra le più facili
e rosee. Fra la metà del XIII e
l'inizio del XIV secolo l'Italia
era tutta un groviglio di odi,
dì violenze, di rivalità tra
fazioni e tra città. In questa
società vacillante e corrotta
Caterina si propose come
pacificatrice, unicamente
preoccupata del bene e della
salvezza di quegli uomini che
le si presentavano soffocati
dagli egoismi, dalle
rivendicazioni, dagli interessi
materiali, dalle rivalità civili.
E non furono solo i suoi
concittadini a sperimentare il
beneficio della sua attività
politica e sociale; il suo cuore
abbracciava l'Italia, la Chiesa,
il mondo intero. A ragione
perciò Paolo VI,
nell'allocuzione del 4 ottobre
1970, le riconosce anche la
gloria di essere stata una
grande donna politica: «Fu anche
politica la nostra devotissima
Vergine?». Sì, indubbiamente e
in forma eccezionale ma in un
senso tutto spirituale della
parola. Ella, infatti, respinse
sdegnosamente l'accusa di
politicante, che le muovevano
alcuni dei suoi concittadini,
scrivendo a uno di loro: « E
i miei cittadini credono che per
me o per la compagnia ch'io ho
meco si facciano trattati: elli
dicono la verità, ma non la
cognoscono e profetano; perocché
altro non voglio fare né voglio
faccia chi è con me, se non che
si tratti di sconfiggere il
demonio e togliergli la signorìa
che egli ha presa dello uomo per
lo peccato mortale, e trargli
l'odio dal cuore, e pacificarlo
con Cristo Crocifisso e col
prossimo suo»
(Lettera 122).
È chiaro come Caterina
concepisca ed esplichi
un'attività politica solo per la
gloria di Dio e per la salvezza
delle anime. Ma analizziamo più
dettagliatamente il suo pensiero
politico e sociale, pensiero che
conserva ancora oggi tutta la
sua validità ed efficacia. Esso
ha come base fondamentale e come
punto di partenza il
riconoscimento del valore e
della dignità della persona
umana, redenta da Cristo, e
della strumentalità della
società rispetto al destino
eterno della persona. Secondo
Caterina, la società civile deve
essere in funzione e al servizio
dell'uomo e perciò non può avere
altra finalità che quella di
favorire e di rendere possibile
il completo sviluppo della
persona umana. Fine della
società non è l'interesse di
alcuni, di una classe, di una
fazione, di un partito, ma il «bene
universale e comune» che
assicura alla vita sociale un
ordinato sviluppo. Perché questo
ideale possa attuarsi è però
indispensabile anzitutto la
scelta di governanti che
posseggano quelle virtù che
dovranno essere alla base del
loro governo.
Il primo, indispensabile
requisito loro richiesto è la
capacità di governare se stessi.
Su questo concetto Caterina
torna spessissimo nelle sue
lettere: « Conviensi dunque
che l'uomo che ha a
signoreggiare altrui
e governare, signoreggi e
governi prima sé. Come potrebbe
il cieco vedere e guidare altrui?
» (Lettera
121). Agli Anziani e Consoli di Bologna scrive: «Ma le
ingiustizie e il vivere a sette
e il ponere a reggere e
governare uomini che non sanno
reggere loro medesimi né le
famiglie loro, ingiusti e
iracondi, passionati d'ira e
amatori di loro medesimi;
questi sono quelli modi che
fanno perdere lo stato
spirituale della grazia e lo
stato temporale » (Lettera
268). Da questi passi appare
chiaramente come per Caterina
siano incapaci e indegni di
governare coloro che non hanno
raggiunto, attraverso la pratica
delle « vere e reali virtù »,
quell’ equilibrio e quella
maturità spirituale che li renda
capaci di mettersi in
atteggiamento di servizio. Il
potere, infatti, non esiste per
vantaggio proprio, ma deve
essere essenzialmente un
servizio sociale, per cui
Caterina così si lamenta con i
Priori delle Arti di Firenze:
«Ognuno cerca la signoria per
sé, e non il buono stato e
reggimento della città » (Lettera
337). Varie sono le virtù
necessarie agli uomini di
governo, ma quelle su cui la
Senese torna con maggiore
insistenza mi pare siano la
carità e la giustizia.
«Senza la carità - ella scrive
al re di Ungheria - veruna virtù
può avere vita » (Lettera
357) e ai Signori Priori della Repubblica di Firenze raccomanda che siano
«legati e uniti nel legame e
nello amore dell' ardentissima
carità » (Lettera 207).
Strettamente connessa a questa
virtù è quella della giustizia
che fiorisce appunto «
sull'arbore d'amore» (Dialogo X)
e che la Santa chiama «la
margarita della giustizia»
(Lettera 268). Ella le
attribuisce un significato molto
vasto che si collega alla
concezione paolina. Non si
tratta di una virtù intesa in
senso puramente etico e
naturalistico, ma della
giustizia cristiana che
soprannaturalizza l'uomo, la
famiglia, la società, lo Stato
stesso collocandosi nel mondo di
Dio che è il mondo della grazia,
in modo che la vita abbondante
portata da Cristo non lasci
infeconda nessuna zolla della
convivenza. Si può dire che non
ci sia lettera indirizzata a
governanti in cui Caterina non
li esorti caldamente alla
pratica di questa virtù. Così
ella scrive alla Regina Giovanna
di Napoli: « E attendete che
in due modi avete a fare
giustizia. Cioè, prima di voi
medesima,
sicché giustamente rendiate la
gloria e l'onore a Dio,
riconoscendo da Lui e per Lui
avere ogni grazia... L'altra si
è una giustizia data sopra le
creature la quale avete a fare
e tenere per lo stato vostro nel
vostro reame»
(Lettera 133).
La giustizia quindi presuppone
il « cognoscimento di sé »
e deve essere esercitata prima
verso se stessi e poi nei
confronti dei propri sudditi. A
volte però i governanti vengono
meno a questo loro impegno e la
Santa se ne lamenta: «Onde
vediamo in ogni cosa mancare la
santa giustizia »
(Lettera 237).
Ella attribuisce a tale virtù
un'importanza così grande da
imputare alla mancanza di essa
tanti mali e tante guerre.
Leggiamo nel
Dialogo:
«...
Per veruna cosa è venuta tanta
tenebra e divisione nel mondo
tra secolari e religiosi,
chierici e pastori della Chiesa,
se non solo perché il lume della
giustizia è mancato ed è venuta
la tenebra dell' ingiustizia ». E così continua: « Né uno stato si può conservare nella
legge civile e nella legge
divina in stato di grazia senza
la santa giustizia »
(Dialogo CXLX).
Per Caterina la giustizia non
deve mai essere disgiunta dalla
misericordia e dalla
benevolenza: «Perocché se
giustizia senza misericordia
fusse, sarebbe con le tenebre
della crudeltà, e più tosto
sarebbe ingiustizia che
giustizia », ma quando la
giustizia, il bene comune della
società richiedono la punizione,
l'uomo di governo non deve
indietreggiare perché anche la
punizione è santa: «
Misericordia senza giustizia
sarebbe nel suddito come
l'unguento in su la piaga che
vuole essere incisa col fuoco:
perché ponendovi solo l'unguento
senza inciderla, imputridisce
piuttosto che sanare »
(Lettera 291).
Attenzione però - ci ricorda
Caterina -: tutti i cittadini
sono e devono essere considerati
uguali nei confronti della legge
e quindi della giustizia, neI
caso che vengano meno ai loro
doveri. Così scrive al Re di
Ungheria: « Anco vi
sarebbe onore di voler veder
fatta la giustizia, o fare
giustizia di questo e di ogni
altro difetto in qualunque
persona si vuole, eziandio se
fusse il figliuolo vostro. Tanto
vi sarebbe maggiore onore a fare
la giustizia in lui più che in
un altro»
(Lettera 357).
Il vero uomo politico deve
quindi anzitutto vivere
profondamente il dominio e la
vittoria sulle proprie passioni
perché è questo ciò che davvero
conta: governare se stessi
affinché il governo sugli altri
sia improntato a carità e
giustizia e persegua quel fine
di salvezza che è voluto da Dio.
Chiunque ha un'autorità, secondo
Caterina, non è infatti altro
che un ministro di Dio, «ministro
per il bene», come afferma
S. Paolo (Rm
13,4);
il suo compito è solo quello di
essere un buon dispensatore e un
buon amministratore perché dovrà
rendere conto del suo operato
non solo agli uomini, ma a Dio
che è il Primo Signore. Il
potere, per usare l'immagine
della Senese, è una «signorìa
prestata ». Così ella scrive
ai difensori della città di
Siena: «Signoria prestata
sono le signorie delle cittadi o
altre signorie temporali, le
quali sono prestate a noi o agli
altri uomini del mondo; le quali
sono prestate a tempo, secondo
che piace alla divina volontà, e
secondo i modi e costumi dei
paesi onde o per morte o per
vita elle trapassano »
(Lettera 123).
Nelle numerose lettere
indirizzate a personaggi di
condizioni o di gradi così
diversi, Caterina dimostra
sempre di saper discernere i
diritti e i doveri che spettano
a ciascuno, perciò, mentre
ricorda ai governanti l'obbligo
che essi hanno di non abusare
del loro potere a danno dei
sudditi, ammonisce pure questi
a rispettare l'autorità
legittima perché essa proviene
da Dio. Ella risolve così lo
spinoso problema del rapporto
tra la libertà personale e
l'autorità statale.
È questo l'aspetto del pensiero
politico cateriniano che si
discosta maggiormente dalla
concezione contemporanea che
ritiene l'autorità come
espressione della volontà
popolare. L'insegnamento di
Caterina rimane comunque
applicabile anche nel nostro
tempo, se allarghiamo il
concetto di signoria prestata a
quello dell'interdipendenza tra
governanti e governati, al
rapporto tra diritti e doveri
per cui rimane certamente vero
l'obbligo da parte dei primi di
operare per il bene comune e da
parte degli altri di consentire
che il governo si esplichi. È
come se Caterina dicesse: la
vostra signoria è prestata, vi è
stata data, e voi dovete rendere
conto come uomini a Dio e come
governanti al popolo che vi ha
eletto; e voi popolo potete
esercitare la vostra libertà
solo rinunciando a una parte di
essa per il bene comune.
Il pensiero politico cateriniano
trova la concreta realizzazione
nel- l' attività della
Santa stessa. Ella infatti non
si limita a proclamare dei
princìpi, ma lavora assiduamente
per la loro attuazione e li pone
alla base della sua stessa
azione politica e sociale.
Azione che vede la Senese
impegnata, o direttamente o per
mezzo di lettere, ad allacciare
relazioni con parecchie città
italiane, a trattare alleanze, a
comporre liti e discordie,
facendosi pacificatrice di
popoli, di famiglie, di persone.
Oltre che per l'azione
diplomatica su larga scala,
Caterina, però, si distingue
anche per i suoi interventi
pacificatori quotidiani,
attraverso i quali ella vive la
beatitudine evangelica: «Beati i
costruttori di pace». E la pace
va costruita da vicino, nella
vita di ogni giorno... anche da
noi che, lasciandoci provocare
oggi dal pensiero e dalla
testimonianza di questa grande
donna «Dottore della Chiesa»,
prendiamo coscienza che politici
siamo tutti, perché chiamati a
vivere in comunità - piccole o
grandi che siano - e ad operare
perché esse diventino sempre più
umane.
Ecco allora che i grandi problemi del mondo
contemporaneo non riguardano più
solo alcuni, a ciò delegati, ma
coinvolgono in prima persona
ciascuno di noi. E per ciascuno
vale l'ammonizione di Caterina:
impara a governare te
stesso; sii albero di vita che
rende frutto di grazia all'anima
e frutto di utilità al
prossimo.
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