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Il pensiero politico di Caterina da Siena:

un'eredità per oggi

 

di Sr. M. Liana Mattei OP

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« Voi siete la luce del mondo », « Voi siete il sale della terra »: parole forti - come del resto tutte quelle di Gesù - che ci creano un certo disagio interiore e fanno nascere in noi la tentazione di relegarle nella categoria delle cose troppo alte per noi... Se invece ci soffermiamo un attimo a fare memoria di tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di credere che era questa la grande vocazione a cui erano chiamate e che tutto viene donato a chi crede, ci rendiamo conto che anche a noi sono state date ali per volare, che anche noi veniamo continuamente fecondati perché possiamo portare frutto e un frutto che rimanga. I santi non sono altro che questo: l'opera meravigliosa che Dio realizza in creature rese sempre più sua trasparenza perché la storia umana diventi storia sacra e il Regno di Dio si realizzi in pienezza.

Credo che questo non sfugga a nessuno di coloro che si accostano, anche soltanto un po', alla grande donna e santa che fu Caterina da Siena. Che fu e che è perché il suo frutto rimane, un frutto di parole e di opere capace di alimentare vite, di indicare percorsi, di illuminare coscienze, di rinnovare persone e strutture.

Nel fare memoria di una donna la cui vita sento come grande testi­monianza e preziosa eredità da non disperdere, mi piace soffermarmi ad analizzare il suo pensiero politico per una riflessione di cui oggi, come un tempo, mi pare abbiamo urgente bisogno. Molteplici sono infatti le ombre che contraddistinguono questa nostra società: dal marcato indi­vidualismo - che ci ha fatto smarrire il senso del « bene comune » - alla crisi della coscienza nazionale, dal persistente divario tra Nord e Sud del paese alla cattiva amministrazione pubblica e alla corruzione dilagante anche ai più alti livelli. Di fronte ad una situazione tanto problematica e contraddittoria, il pensiero di Caterina mi pare profetico e lungimirante, di una validità che travalica i tempi, e può diventare quella luce e quel sale di cui tutti abbiamo bisogno.

Caterina da Siena non fu solo una grande contemplativa che visse le esperienze mistiche più elevate, ma fu contemporaneamente una donna

d'azione che impegnò tutte le sue doti di intelligenza, di cuore, di volontà nelle molteplici attività apostoliche a cui fu spinta dalla sua stessa vita mistica. Ella seppe vivere in perfetta sintesi i suoi due più grandi amori, quello di Dio e quello del prossimo, realizzando così nel modo più completo l'ideale domenicano « Contemplari et contemplata aliis tradere». Donna di preghiera e donna d'azione, dunque, e di un'a­zione certamente insolita per una donna popolana del Medio Evo. Le sue, infatti, non erano solo opere assistenziali o caritative, ma apostolato reli­gioso, interventi di pacificazione tra popoli, trattative diplomatiche tra Santa Sede e Governi...

La situazione politico-religiosa che si presentava a Caterina non era certamente tra le più facili e rosee. Fra la metà del XIII e l'inizio del XIV secolo l'Italia era tutta un groviglio di odi, dì violenze, di rivalità tra fazioni e tra città. In questa società vacillante e corrotta Caterina si pro­pose come pacificatrice, unicamente preoccupata del bene e della sal­vezza di quegli uomini che le si presentavano soffocati dagli egoismi, dalle rivendicazioni, dagli interessi materiali, dalle rivalità civili. E non furono solo i suoi concittadini a sperimentare il beneficio della sua atti­vità politica e sociale; il suo cuore abbracciava l'Italia, la Chiesa, il mondo intero. A ragione perciò Paolo VI, nell'allocuzione del 4 ottobre 1970, le riconosce anche la gloria di essere stata una grande donna politica: «Fu anche politica la nostra devotissima Vergine?». Sì, indubbiamente e in forma eccezionale ma in un senso tutto spirituale della parola. Ella, infatti, respinse sdegnosamente l'accusa di politicante, che le muovevano alcuni dei suoi concittadini, scrivendo a uno di loro: « E i miei cittadini credono che per me o per la compagnia ch'io ho meco si facciano trattati: elli dicono la verità, ma non la cognoscono e profetano; perocché altro non voglio fare né voglio faccia chi è con me, se non che si tratti di sconfiggere il demonio e togliergli la signorìa che egli ha presa dello uomo per lo peccato mortale, e trargli l'odio dal cuore, e pacificarlo con Cristo Crocifisso e col prossimo suo» (Lettera 122).

È chiaro come Caterina concepisca ed esplichi un'attività politica solo per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Ma analizziamo più dettagliatamente il suo pensiero politico e sociale, pensiero che conserva ancora oggi tutta la sua validità ed efficacia. Esso ha come base fondamentale e come punto di partenza il riconoscimento del valore e della dignità della persona umana, redenta da Cristo, e della strumentalità   della società rispetto al destino eterno della persona. Secondo Caterina, la società civile deve essere in funzione e al servizio dell'uomo e perciò non può avere altra finalità che quella di favorire e di rendere possibile il completo sviluppo della persona umana. Fine della società non è l'interesse di alcuni, di una classe, di una fazione, di un partito, ma il «bene universale e comune» che assicura alla vita sociale un ordinato sviluppo. Perché questo ideale possa attuarsi è però indispensabile anzi­tutto la scelta di governanti che posseggano quelle virtù che dovranno essere alla base del loro governo.

Il primo, indispensabile requisito loro richiesto è la capacità di governare se stessi. Su questo concetto Caterina torna spessissimo nelle sue lettere: « Conviensi dunque che l'uomo che ha a signoreggiare altrui

e governare, signoreggi e governi prima sé. Come potrebbe il cieco vedere e guidare altrui? » (Lettera 121). Agli Anziani e Consoli di Bologna scrive: «Ma le ingiustizie e il vivere a sette e il ponere a reggere e governare uomini che non sanno reggere loro medesimi né le famiglie loro, ingiusti e iracondi, passionati d'ira e amatori di loro medesimi; que­sti sono quelli modi che fanno perdere lo stato spirituale della grazia e lo stato temporale » (Lettera 268). Da questi passi appare chiaramente come per Caterina siano incapaci e indegni di governare coloro che non hanno raggiunto, attraverso la pratica delle « vere e reali virtù », quell’ equilibrio e quella maturità spirituale che li renda capaci di mettersi in atteggiamento di servizio. Il potere, infatti, non esiste per vantaggio pro­prio, ma deve essere essenzialmente un servizio sociale, per cui Caterina così si lamenta con i Priori delle Arti di Firenze: «Ognuno cerca la signo­ria per sé, e non il buono stato e reggimento della città » (Lettera 337). Varie sono le virtù necessarie agli uomini di governo, ma quelle su cui la Senese torna con maggiore insistenza mi pare siano la carità e la giustizia.

«Senza la carità - ella scrive al re di Ungheria - veruna virtù può avere vita » (Lettera 357) e ai Signori Priori della Repubblica di Firenze raccomanda che siano «legati e uniti nel legame e nello amore dell' ar­dentissima carità » (Lettera 207).

Strettamente connessa a questa virtù è quella della giustizia che fio­risce appunto « sull'arbore d'amore» (Dialogo X) e che la Santa chiama «la margarita della giustizia» (Lettera 268). Ella le attribuisce un significato molto vasto che si collega alla concezione paolina. Non si tratta di una virtù intesa in senso puramente etico e naturalistico, ma della giu­stizia cristiana che soprannaturalizza l'uomo, la famiglia, la società, lo Stato stesso collocandosi nel mondo di Dio che è il mondo della grazia, in modo che la vita abbondante portata da Cristo non lasci infeconda nessuna zolla della convivenza. Si può dire che non ci sia lettera indi­rizzata a governanti in cui Caterina non li esorti caldamente alla pratica di questa virtù. Così ella scrive alla Regina Giovanna di Napoli: « E atten­dete che in due modi avete a fare giustizia. Cioè, prima di voi medesima, sicché giustamente rendiate la gloria e l'onore a Dio, riconoscendo da Lui e per Lui avere ogni grazia... L'altra si è una giustizia data sopra le crea­ture la quale avete a fare e tenere per lo stato vostro nel vostro reame» (Lettera 133). La giustizia quindi presuppone il « cognoscimento di sé » e deve essere esercitata prima verso se stessi e poi nei confronti dei propri sudditi. A volte però i governanti vengono meno a questo loro impegno e la Santa se ne lamenta: «Onde vediamo in ogni cosa mancare la santa giustizia » (Lettera 237). Ella attribuisce a tale virtù un'importanza così grande da imputare alla mancanza di essa tanti mali e tante guerre. Leg­giamo nel Dialogo:

«... Per veruna cosa è venuta tanta tenebra e divisione nel mondo tra secolari e religiosi, chierici e pastori della Chiesa, se non solo perché il lume della giustizia è mancato ed è venuta la tenebra del­l' ingiustizia ». E così continua: « Né uno stato si può conservare nella legge civile e nella legge divina in stato di grazia senza la santa giustizia » (Dialogo CXLX).

Per Caterina la giustizia non deve mai essere disgiunta dalla mise­ricordia e dalla benevolenza: «Perocché se giustizia senza misericordia fusse, sarebbe con le tenebre della crudeltà, e più tosto sarebbe ingiustizia che giustizia », ma quando la giustizia, il bene comune della società richiedono la punizione, l'uomo di governo non deve indietreggiare perché anche la punizione è santa: « Misericordia senza giustizia sarebbe nel suddito come l'unguento in su la piaga che vuole essere incisa col fuoco: perché ponendovi solo l'unguento senza inciderla, imputridisce piuttosto che sanare » (Lettera 291).

Attenzione però - ci ricorda Caterina -: tutti i cittadini sono e devono essere considerati uguali nei confronti della legge e quindi della giustizia, neI caso che vengano meno ai loro doveri. Così scrive al Re di Ungheria:      « Anco vi sarebbe onore di voler veder fatta la giustizia, o fare giustizia di questo e di ogni altro difetto in qualunque persona si vuole, eziandio se fusse il figliuolo vostro. Tanto vi sarebbe maggiore onore a fare la giustizia in lui più che in un altro» (Lettera 357).

Il vero uomo politico deve quindi anzitutto vivere profondamente il dominio e la vittoria sulle proprie passioni perché è questo ciò che davvero conta: governare se stessi affinché il governo sugli altri sia improntato a carità e giustizia e persegua quel fine di salvezza che è voluto da Dio.

Chiunque ha un'autorità, secondo Caterina, non è infatti altro che un ministro di Dio, «ministro per il bene», come afferma S. Paolo (Rm 13,4); il suo compito è solo quello di essere un buon dispensatore e un buon amministratore perché dovrà rendere conto del suo operato non solo agli uomini, ma a Dio che è il Primo Signore. Il potere, per usare l'immagine

della Senese, è una «signorìa prestata ». Così ella scrive ai difensori della città di Siena: «Signoria prestata sono le signorie delle cittadi o altre signorie temporali, le quali sono prestate a noi o agli altri uomini del mondo; le quali sono prestate a tempo, secondo che piace alla divina volontà, e secondo i modi e costumi dei paesi onde o per morte o per vita elle trapassano » (Lettera 123).

Nelle numerose lettere indirizzate a personaggi di condizioni o di gradi così diversi, Caterina dimostra sempre di saper discernere i diritti e i doveri che spettano a ciascuno, perciò, mentre ricorda ai governanti l'obbligo che essi hanno di non abusare del loro potere a danno dei sud­diti, ammonisce pure questi a rispettare l'autorità legittima perché essa proviene da Dio. Ella risolve così lo spinoso problema del rapporto tra la libertà personale e l'autorità statale.

È questo l'aspetto del pensiero politico cateriniano che si discosta maggiormente dalla concezione contemporanea che ritiene l'autorità come espressione della volontà popolare. L'insegnamento di Caterina rimane comunque applicabile anche nel nostro tempo, se allarghiamo il concetto di signoria prestata a quello dell'interdipendenza tra governanti e governati, al rapporto tra diritti e doveri per cui rimane certamente vero l'obbligo da parte dei primi di operare per il bene comune e da parte degli altri di consentire che il governo si esplichi. È come se Caterina dicesse: la vostra signoria è prestata, vi è stata data, e voi dovete rendere conto come uomini a Dio e come governanti al popolo che vi ha eletto; e voi popolo potete esercitare la vostra libertà solo rinunciando a una parte di essa per il bene comune.

Il pensiero politico cateriniano trova la concreta realizzazione nel-        ­l' attività della Santa stessa. Ella infatti non si limita a proclamare dei princìpi, ma lavora assiduamente per la loro attuazione e li pone alla base della sua stessa azione politica e sociale. Azione che vede la Senese impegnata, o direttamente o per mezzo di lettere, ad allacciare relazioni con parecchie città italiane, a trattare alleanze, a comporre liti e discordie, facendosi pacificatrice di popoli, di famiglie, di persone.

Oltre che per l'azione diplomatica su larga scala, Caterina, però, si distingue anche per i suoi interventi pacificatori quotidiani, attraverso i quali ella vive la beatitudine evangelica: «Beati i costruttori di pace». E la pace va costruita da vicino, nella vita di ogni giorno... anche da noi che, lasciandoci provocare oggi dal pensiero e dalla testimonianza di questa grande donna «Dottore della Chiesa», prendiamo coscienza che politici siamo tutti, perché chiamati a vivere in comunità - piccole o grandi che siano - e ad operare perché esse diventino sempre più umane.

Ecco allora che i grandi problemi del mondo contemporaneo non riguardano più solo alcuni, a ciò delegati, ma coinvolgono in prima per­sona ciascuno di noi. E per ciascuno vale l'ammonizione di Caterina: impara a governare te stesso; sii albero di vita che rende frutto di grazia all'anima e frutto di utilità al prossimo. 

 

 

 


Vita

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Il pensiero politico di Caterina

Caterina alla donna di oggi

Obbedienza del Verbo

...Come il pesce sta nel mare

Nel cuore di Caterina: il fuoco

 

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