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Nell'obbedienza del Verbo Unigenito

mio Figliuolo avete la vita

 

di Sr.  M. Emilia Barichello op e Sr. M. Liana Mattei op

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 Riflessioni e approfondimento sulla sezione ultima de  “Il Dialogo” di S. Caterina da Siena, intitolata

 

Conclusione – Riepilogo di tutto il libro

... Caterina, nel suo Dialogo della Divina Provvidenza, celebra con parole appassionate l'eterno progetto del Padre che vuole per la sua creatura la pienezza della felicità e della vita e, in opposizione, mette in risalto la risposta dell' uomo miserabile che non ha saputo corrispondere a tanto bene. In sintonia con la dottrina paolina, ella sviluppa - a più riprese - il parallelo tra Adamo, l'uomo vecchio, e Cristo, l'uomo nuovo nel quale solo possiamo essere salvi.

La sintesi del suo dialogo con l'eterno Padre viene presentata nella conclusione del libro, in cui – tra l'altro - il Padre istruisce la Santa sul valore dell'obbedienza, chiave del cielo, restituita a noi dal suo dilettissimo Figlio che "imparò l'obbedienza dalle cose che patì" (Eb. 5,8  ). 

E' questo il tema che cercheremo di approfondire. Le citazioni di righe e di pagine si riferiscono a “Il Dialogo” a cura di G. Cavallini, Ed. Cateriniane - Roma, 1980.

Iniziamo la nostra riflessione dalle righe 96-99: E, come tutti, dal primo uomo vecchio tutti contraeste la morte, così tutti, chi vuole portare la chiave dell'obedienzia, avete contratta la vita da l'uomo nuovo, Cristo dolce Iesu.

Appare subito evidente che il periodo è costruito su di una triplice opposizione: Adamo/Cristo; uomo vecchio/uomo nuovo; morte/vita. In  realtà si tratta però di una antitesi sola: tutto il discorso di Caterina sviluppa infatti la contrapposizione tra Adamo, l'uomo vecchio che ha portato la morte, e Cristo, l'uomo nuovo che ci ha donato la vita.

Prendiamo in esame questo confronto

I   ADAMO / CRISTO

ADAMO/ UOMO  VECCHIO/ MORTE

Nel suo eterno progetto d'amore il Padre aveva sognato una creatura che potesse condividere con Lui la beatitudine di una vita di comunione e di pienezza. Creò quindi l'uomo a sua immagine e somiglianza; dandogli la memoria, l'intelletto e la volontà lo rese "atto" a partecipare della vita trinitaria,  a gustare Lui "sommo  eterno bene" (r.84, p.36), a vivere in costante relazione d'amore, a riconoscere la propria felicità nella dipendenza dal Creatore.

Ma Adamo non seppe accogliersi in questo progetto. All'amore gratuito di Dio rispose con l'amore di sé: invece di piacere a Lui preferì piacere alla sua donna ( r.37, p.371); invece di rispettare il comando di Dio decise in assoluta autonomia, distruggendosi come creatura che deve se stessa a Dio; invece di scegliere Lui fonte di vita si perse dietro il miraggio di una falsa sorgente. Gettando nel fango la "chiave dell'obbedienza" (r.157, p.449), cadde  "in guerra" (r.87, p.36) con il suo Creatore; non  riconoscendo la Sua signoria non riconobbe più la verità di se stesso e della propria vocazione.

Il suo sogno di diventare come Dio era fallito. Non solo. Egli aveva ormai perso anche la dignità in cui era stato pensato e voluto (r.85, p.36): si era privato della perfezione dell'obbedienza e aveva ottenuto in cambio la disobbedienza, della vita della grazia ed aveva avuto la morte, dell'innocenza e si era ritrovato nel fango (r.20-24, p.444).

E con lui aveva trascinato tutti noi. Nessuna creatura avrebbe più potuto raggiungere lo scopo per cui era stata creata e così "non si adempiva più la verità" ( r.488, p.49).

CRISTO/ UOMO NUOVO/ VITA

Il Padre però non rinunciò al suo sogno. L'infinita bontà lo "costringeva" a porre rimedio alla rovina operata dalla creatura; il fuoco che lo aveva mosso a crearla lo spingeva a non rassegnarsi alla perdita dell'originale bellezza del suo capolavoro; la  misericordia gli imponeva di riconciliare a sé l'umanità facendo la "grande pace". Egli ci donò perciò il suo Figlio Unigenito, perché fosse "tramezzatore" fra lui e noi.

Al desiderio del Padre il Figlio rispose prontamente: "Eccomi, manda me!" Accolse la chiave dell'obbedienza che la "somma ed eterna bontà" gli poneva in mano e venne nel mondo come luce per le nostre tenebre, come via per il cielo, come ponte per la nuova amicizia col Padre suo. Egli divenne così il nuovo Adamo, colui che portava in sé l'umanità nuova di cui era il primogenito e il capo, l'uomo che il Padre vedeva quando impastava il volto di Adamo "figura di colui che doveva venire" (Rom.5,14).

Il Verbo Cristo dolce Gesù fu il nuovo dono con cui il Padre dimostrò il suo folle amore per la propria creatura. Ed Egli si pose come via per l'eternità, la via della vita, del bene, della salvezza.

 II   DISOBBEDIENZA DI ADAMO / OBBEDIENZA DI CRISTO

 Per illustrare l'obbedienza  di Adamo e quella del Verbo, Caterina usa immagini e termini comuni, ripresi dalla vita quotidiana, ma che in lei assumono grande efficacia perché pregni di significati profondi.

Nelle righe 156-169 (p.449), la Santa descrive in modo analitico le azioni compiute da Adamo e, per parallelismo antitetico, quelle del  Verbo: "il primo padre … gittò la chiave de l'obedienzia nel loto della immondizia; schiacciandola col martello della superbia, arugginilla con l'amore proprio. Se non, poi che venne il Verbo unigenito mio Figliuolo, che si recò questa chiave de l'obedienzia in mano e purificolla nel fuoco della divina carità, trassela del loto, lavandola col sangue suo, dirizzolla col coltello della giustizia, fabricando le iniquità vostre in su l'ancudine del corpo suo. Egli la raconciò sì perfettamente che tanto quanto l'uomo guastasse la chiave sua per lo libero arbitrio, con questo medesimo libero arbitrio, mediante la grazia mia, e con questi medesimi strumenti la può raconciare."

DISOBBEDIENZA DI ADAMO

L'uomo vecchio, il primo padre, aveva gettato la chiave dell'obbedienza nel fango, l'aveva deformata con il martello della superbia, l'aveva arrugginita con l'amor proprio.

Per descrivere le tre azioni compiute da Adamo, Caterina usa un linguaggio figurato in cui assumono particolare forza alcune metafore: l'obbedienza è chiave, la superbia è martello, l'amor proprio è ruggine.

Dal momento che la metafora non è sempre di immediata comprensione, cerchiamo di penetrare il significato di queste  immagini cateriniane attraverso un'analisi linguistica. L'obbedienza è chiave.

La chiave è l'oggetto che ci consente di aprire una porta, ad esempio della casa. E' perciò elemento indispensabile per entrare come abitatore, come padrone, non come ladro.

Nel progetto di Dio, l'uomo avrebbe realizzato pienamente se stesso, conseguendo la piena felicità, solo nell'obbedienza fedele e amorosa al suo creatore. Adamo però non riesce a superare la prova con cui Dio gli chiede di esercitare la propria libertà di creatura nella dipendenza da Lui. Con la sua disobbedienza chiude la porta del Paradiso, esce per sempre dalla casa del Padre, perdendo la possibilità di rientrarvi.

Con un'altra bella immagine, Caterina definisce Gesù il "portonaio" che   recupera e aggiusta la chiave: Egli infatti  ci salva attraverso la sua obbedienza. E' questa che ci consente di rientrare nella salvezza, nella casa del Padre.

L'obbedienza è perciò chiave. La superbia è martello

L'immagine del martello viene colta da Caterina nelle sue connotazioni negative. In questo senso esso richiama l'idea della durezza, della rigidità, dello strumento che può distruggere, rovinare, spaccare, deformare.

La superbia di Adamo è, per la Santa, la durezza di cuore con cui egli si pone di fronte al suo Creatore, è la rigidità con cui egli si fa misura del bene e del male, è l'atteggiamento che lo porta alla disobbedienza. La superbia provoca la rottura del rapporto d'amore, la distruzione del disegno divino, la frantumazione delle relazioni.

La superbia è perciò il martello con cui Adamo schiaccia e deforma la chiave dell'obbedienza, rendendola inutilizzabile e ritrovandosi così escluso dall'Eden.

L'amor proprio è ruggine

Nel linguaggio antico (ad esempio dantesco) il termine ruggine in genere viene usato per indicare sporcizia, caligine, e - per estensione - offuscamento, malanimo.

Caterina definisce spesso l'amor proprio come la nuvola che offusca l'occhio dell'anima (Lett.350), la polvere che acceca l'occhio dell'intelletto (Lett.76, D. r.449, p.71).

Nel linguaggio odierno la ruggine richiama l'idea della corrosione, del deterioramento; nell'ambito dell'agraria è una malattia che colpisce i cereali e che si manifesta con macchie sulle foglie. Anche questo significato ci pare si adatti alla metafora usata dalla Santa : la chiave dell'obbedienza è stata sciupata, rovinata, corrosa alla sua superficie, arrugginita – appunto - dall'amor proprio che è come una malattia parassita, fonte di tutti i mali.

OBBEDIENZA DI GESU'

Gesù prende in mano la chiave dell'obbedienza togliendola dal fango, la purifica nel fuoco della divina carità, la lava con il suo sangue, la raddrizza con il coltello della giustizia, punendo le nostre iniquità sull'incudine del suo corpo. La ripara così bene che l'uomo, nella sua libertà, ha sì ancora la possibilità di sciuparla, ma con la stessa libera volontà, mediante la grazia,  può riaggiustarla.

Come si nota, Caterina ci presenta le azioni di Gesù in perfetta antitesi con quelle di Adamo, evidenziando che Egli non solo restaura ciò che il nostro progenitore aveva infranto, ma è anche l'uomo perfetto che ci libera dai condizionamenti del male, che ci rende capaci di sottrarci all'inevitabile tentazione dell'amor proprio, per ritrovare continuamente la verità di noi stessi nella libera obbedienza al Padre.

Cerchiamo di approfondire le varie antitesi:

Adamo getta nel fango la chiave dell'obbedienza, Cristo la toglie dal fango e la porta in mano. Tutta la vita terrena di Gesù si radica nella sua totale disponibilità al Padre celeste, il cui disegno Egli è venuto a realizzare. Essere libero è quindi per Lui, in primo luogo, essere fedele a un altro, compiendo la sua volontà. Con questo tipo di libertà Egli ha salvato gli uomini, strappandoli dal contagio delle tenebre, della disobbedienza, del "no". La sua è stata una libertà del "sì", per questo il Padre lo ha costituito Signore e l' ha indicato a noi come "via e regola" da seguire. Se Egli è modello di obbedienza per ogni cristiano, a maggior ragione lo è per noi, persone consacrate. E' per questo che il capitolo dell'obbedienza delle nostre Costituzioni si apre proprio con il riferimento a Gesù obbediente: "Cristo Gesù, obbediente fino alla morte e alla morte di croce, è per noi l'esempio supremo di obbedienza. Tutta la sua vita infatti fu risposta libera e filiale alla volontà del Padre e invito per i suoi discepoli a seguirlo in tale cammino". Intense risuonano in tal senso anche le parole di Caterina a certi novizi dell’ordine di S. Maria di Monte Oliveto: “ …desidero che siate figli obbedienti fino alla morte, a imitazione dell’Agnello senza macchia che fu obbediente al Padre fino all’obbrobriosa morte in croce. Egli è la via e la regola che voi , come ogni creatura dovete osservare: voglio che questo vi sia ben fisso in mente” (Lett. XXXVI)

 Adamo infanga la chiave dell'obbedienza, Cristo la lava con il suo sangue.

Moltissimi sono i testi in cui Caterina celebra il "glorioso e prezioso sangue di Cristo", invitando i discepoli a lavarsi e a inebriarsi in questo sangue che ci "mette in possesso della vita eterna perché i chiodi si sono fatti per noi chiave che ci disserra la porta che stava chiusa per il peccato" (Lett. 112).

La via della salvezza che Cristo ha percorso è la via della fedeltà incondizionata al disegno del Padre, dell'obbedienza fino all'offerta totale di sé sulla Croce, è la via segnata dal suo sangue. Così infatti dice il Padre a Caterina: in virtù del sangue dell'Agnello "la chiave dell'obedienzia perdè la ruggine, acciò che con essa poteste disserrare la porta. Sì che l'obedienzia in virtù del sangue te l'à disserrata" (r.302-305, p. 453)

Adamo schiaccia e deforma la chiave col martello della superbia, Cristo la raddrizza con il coltello della giustizia, punendo le nostre iniquità sull'incudine del suo corpo.

Come insegna il Catechismo della Chiesa cattolica (cfr. nn. 374 e ss.),  i nostri progenitori erano stati costituiti "in uno stato di santità e di giustizia originali". Per il loro peccato andò perduta "tutta l'armonia della giustizia originale che Dio, nel suo disegno, aveva previsto per l'uomo". Ma il Padre, che aveva creato tutte le cose nel Figlio unigenito, fedele al suo disegno d'amore, restaurò la sua opera rinnovandola nel Cristo. Lo trattò come un'incudine su cui fare giustizia  della colpa commessa (Lett. 76), sanando e dando vita a noi "fanciulli indebiliti per la colpa" (r.221, p.41) e restituendoci a grazia (r.173, p.39).

La giustizia di Dio viene presentata da Caterina come un coltello che raddrizza la chiave dell'obbedienza. Ancora un'immagine  molto forte: il coltello richiama l'idea del taglio, della separazione, della divisione, dell'incisione. Si tratta quindi di una restaurazione di tutte le cose in Cristo che passa attraverso la lotta, la fatica, il sangue, il cammino della croce. Solo a questo prezzo l'armonia primitiva viene ristabilita, l'uomo ricollocato nella dignità di figlio e di erede, riaperte le porte del Paradiso.

Cristo ha definitivamente liberato l'uomo, l' ha riabilitato nella sua mirabile dignità. E' divenuto lui stesso porta che nessuno potrà più chiudere. Certamente spetta ancora una volta all'uomo decidere se optare pro o contro Lui, se scegliere la via dell'obbedienza o quella della disobbedienza, ma ormai l'uomo è anche la creatura nuova resa  da Cristo idonea a "camminare secondo lo Spirito"; è il figlio che si riconosce libero solo nell'adesione al disegno del Padre, che vive nella consapevolezza di poter scegliere continuamente il ritorno alla casa paterna perché sostenuto dalla grazia e dall'obbedienza del Verbo.

 Adamo arrugginisce la chiave dell'obbedienza con l'amor proprio, Cristo la purifica nel fuoco della divina carità.

All'amor proprio Caterina contrappone la carità divina affermando che si tratta di due amori contrari; infatti "questo ti dà morte e quello vita; questo tenebre e quello luce; questo guerra e quello pace; questo ti ristringe il cuore.. quello lo dilata; da questo procede ogni vizio, da quello  procede e ha vita ogni virtù (cfr. Lett. 7 e 164  Il messaggio di S. C…. p. 373).

La carità viene definita dalla Senese "madre di tutte le virtù" e "sorella dell'obbedienza"; non esiste quindi virtù senza l'amore. La Santa si sofferma più volte su questo concetto. Lo sviluppa in particolare all'inizio del Dialogo (cfr. pp.21-25) attraverso l' allegoria dell'albero della carità. Tale albero affonda le sue radici e prende nutrimento nella terra della vera umiltà, con cui l'anima conosce sé in Dio e Dio in sé; ha come linfa vitale la pazienza, segno rivelatore della presenza di Dio nell'anima e dell'unione di essa a Dio; produce "fiori odoriferi di virtù con molti e svariati sapori".

Seguendo le suggestioni dell'immagine cateriniana, ci viene spontaneo pensare che il vero Albero della carità, l'albero per eccellenza è proprio il Signore Gesù. Egli è infatti  l'incarnazione dell'amore del Padre; il figlio prediletto che, ebbro d'amore, corse per la via dell'obbedienza; il fuoco vivo che ha purificato la chiave di accesso al Paradiso restituendola all'antico splendore.

III   SALVATI IN CRISTO

LA NOSTRA OBBEDIENZA

Con il Battesimo ogni cristiano viene innestato in quest'Albero, riceve in dono la capacità di vivere nella carità realizzando così quanto il Padre dice a Caterina: " rende odore di gloria e loda al nome mio e così fa quello per che Io el creai, e da questo giogne al termine suo, cioè a

 Me, che so' vita durabile, che non gli posso essere tolto se egli non vuole" (rr.631-635, p.25).

Il Padre ci introduce nel suo mistero non con la forza, ma nel pieno rispetto della nostra libertà. Questo concetto viene espresso anche nella Conclusione del Dialogo (rr. 96-99, p.497).

Nel dono del Suo Figlio, Dio Padre offre di nuovo la salvezza all'uomo, a tutti gli uomini, ma tale salvezza diviene operante solo in chi consente al suo progetto, in chi sceglie costantemente di rimanere unito all'Albero, in chi va a Lui portando in mano la chiave dell'obbedienza con cui il Verbo ha disserrato la porta del cielo.

Temi teologici così profondi vengono espressi in modo efficace da Caterina attraverso l'uso di un linguaggio particolarmente evocativo, di costruzioni sintattiche originali.

Ne abbiamo un esempio nel periodo che stiamo considerando. In esso vengono presi in esame non solo Adamo e Gesù, ma anche il genere umano. Parlando di quest'ultimo Caterina usa un vero gioco linguistico: "..tutti…tutti; ..tutti, chi…"

Per esprimere il concetto che dalla disobbedienza di Adamo noi abbiamo contratto la morte, usa – ripetendolo in modo enfatico – il pronome indefinito "tutti", senza operare distinzioni. Non esiste infatti essere umano, ad eccezione della Vergine Maria, che non porti in sé le conseguenze del peccato di origine. L'appartenenza alla stirpe di Adamo ci rende inevitabilmente tutti peccatori: "Come tutti dal primo uomo vecchio, tutti contraeste la morte, così…. (rr.96-97)".

Quando invece la Santa afferma che dall'obbedienza di Cristo abbiamo ricevuto la vita, usa ancora il pronome indefinito "tutti" ma contemporaneamente quello dimostrativo-relativo "chi". Questa costruzione sintattica anomala ma suggestiva le consente di esprimere, in poche battute, un concetto  complesso.

La salvezza ci è offerta gratuitamente ed è offerta a tutti. La giustificazione, cioè, non è un privilegio di alcuni, ma è un dono universale perché tutti – senza distinzione - sono peccatori:  come in Adamo tutti abbiamo ereditato la morte, così in Cristo tutti abbiamo ricevuto in dono la vita.

Se la salvezza è offerta a tutti, è però anche vero che il  dono è  individuale. Il  Padre lo rivolge personalmente  a ciascuno e solo la singola persona, nella sua libera volontà, può decidere di accoglierlo. Ecco perché Caterina, a questo punto, accanto al pronome indefinito, quasi per restringerne la portata,   inserisce un altro pronome che mette in risalto l'identità della persona, la specificità del singolo: "….così tutti, chi vuole portare la chiave dell'obedienzia, avete contratta la vita da l'uomo nuovo, Cristo dolce Iesu… (rr. 97-99).

Da questo "chi"  ci siamo sentite provocate.

Come credenti a noi è già stata data la gioia di appartenere a quei tutti che hanno ricevuto la vita dall'Uomo nuovo, di far parte di quella dolce Sposa che Gesù ha reso bella col suo sangue, di essere chiamate a vivere in comunione con Lui, percorrendo la sua stessa strada. Noi crediamo che con la sua morte Cristo ha distrutto la morte, che “col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in Lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù di Satana e del peccato” (G.S. n.22). Crediamo che in Lui, nostra Pasqua, si è già attuato il passaggio dal peccato alla salvezza, che in Lui siamo diventati “eredi” del regno.

Abbiamo però anche la consapevolezza che siamo figlie di Adamo, di quell'uomo vecchio che spesso fa guerra in noi contro la creatura nuova nata dal sacrificio del Cristo,  che possiamo ancora usare la nostra libertà  contro il progetto del Padre. La Pasqua si deve realizzare ogni momento, nel continuo passare da noi al Cristo e per Lui al Padre. E questo esige che ci poniamo continuamente in atteggiamento di crescita, di liberazione, di conversione.

Avvertiamo perciò pressante l'invito di Gesù ad essere vigilanti, affinché il padre della menzogna non offuschi l'occhio del nostro intelletto, non indebolisca la nostra volontà, rendendoci di nuovo alberi di morte.

Sentiamo che la fedeltà al dono ricevuto esige che usciamo da noi stesse per aprirci continuamente alla salvezza (Ef 2,5-6), che ci vogliamo fra chi segue Lui "dolce e diritta via" con  la chiave dell'obbedienza, che ci lasciamo ogni giorno convertire, rinnovando il nostro impegno a “considerare tutto come spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovate in Lui (Fil. 3, 8-9).

Il Signore Risorto trasformerà allora la nostra vita, ci renderà progressivamente “giuste”, di quella giustizia che non è autosufficienza orgogliosa, ma apertura incessante a Lui che, nel suo Spirito, ci plasma e ci conforma a Sé (Rom.8,9).

Divenute così figlie obbedienti potremo anche noi, come dice il Padre a Caterina, passare fra le tenebre del mondo senza rimanerne offese e alla fine aprire il cielo con la chiave del Verbo (cfr. rr.103-104, p.497).   E la promessa sarà compiuta.

 

 


Vita

Cronologia essenziale


 

Il pensiero politico di Caterina

Caterina alla donna di oggi

Obbedienza del Verbo

...Come il pesce sta nel mare

Nel cuore di Caterina: il fuoco

 

 

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